Le parole, mi sembra, possono sopravvivere ai mondi che per primi hanno dato loro forza. Passano da un’epoca all’altra come monete consumate, con le immagini semiscancellate ma in qualche modo ancora spendibili. Potere divino è una di quelle espressioni. Per alcune persone evoca ancora un’immagine inequivocabilmente religiosa: un sovrano sopra le nuvole, un giudice celeste, una forza che benedice, punisce, comanda e osserva. Per altri richiama paesaggi religiosi più antichi: dèi della tempesta, fuochi sacri, incenso, campanili, paura infantile, conforto infantile. Molte persone moderne, forse comprensibilmente, sono tentate di lasciarsi del tutto alle spalle questa espressione. Ci diciamo che il potere ora è politico, economico, tecnologico, amministrativo. Il divino, supponiamo, appartiene a un’altra epoca.
Eppure il mio stesso percorso mi ha condotto in un’altra direzione. Più da vicino ho osservato il mondo moderno, meno mi sono convinto che il divino sia scomparso. La mia lettura è che si sia spostato. Se cerco soltanto dèi, miracoli e testi sacri, mi sfuggiranno i modi in cui schemi più antichi di assolutezza sopravvivono dentro forme più nuove. Mi sfuggirà la Ragione quando viene fatta risuonare come inattaccabile, la Nazione quando esige sacrifici senza limite, il Mercato quando viene trattato come destino, il linguaggio scientifico o tecnico quando è usato come se potesse da solo risolvere questioni morali, e gli algoritmi quando presentano risultati classificati come una necessità neutrale. I vecchi dèi possono essersi offuscati in molti luoghi. La struttura più profonda, credo, ha spesso soltanto cambiato indirizzo.
Una definizione operativa
Ai fini di questo libro, mi serve una definizione abbastanza ampia da seguire questo schema attraverso i secoli, ma abbastanza rigorosa da non dissolversi in metafora. Così, quando parlo di potere divino, intendo qualunque cosa, in una data società, rivendichi l’autorità finale sul significato e sul valore — qualunque cosa decida che cosa è reale e buono, chi può governare e chi deve obbedire.
È il potere che dice, apertamente o in silenzio: questo è ciò che è reale; questo è ciò che conta; questo è ciò che vale come buono, vergognoso, degno, futile, normale, deviante, possibile. È il potere che può chiedere sacrificio, non solo di credenza, ma di tempo, lavoro, dignità, desiderio, attenzione, futuro e talvolta della vita stessa.
Ciò che conta qui, a mio avviso, non è anzitutto il soprannaturale. È l’autorità. Mi interessa meno se un potere parla in nome del cielo che se rivendica l’ultima parola. Un potere divino, in questo senso, traccia il confine tra realtà e irrealtà, valore e mancanza di valore, significato e assenza di significato. Può assumere il volto di un dio, di un re, di un profeta, di un partito, di un leader o di una macchina. Può anche apparire come qualcosa di più diffuso e quindi più difficile da contestare: la Storia, la Natura, la Sicurezza, il Progresso, “l’economia”, “i dati”, o perfino “la realtà stessa”, quando queste parole sono pronunciate come se fossero già moralmente interpretate e al di là di ogni discussione.
A volte un simile potere è facile da localizzare. Siede nei templi, nei palazzi, nei tribunali, nei parlamenti, nei ministeri, nelle banche, nei laboratori, nei campus o nei server farm. A volte è più difficile da vedere perché si nasconde nelle abitudini, nelle supposizioni, nelle routine istituzionali, nelle categorie del software, nei sistemi educativi e nei racconti su “come funziona il mondo”. In questi casi, la domanda decisiva è semplice, anche se non sempre facile da porre: questo potere si presenta come una forza tra le altre, aperta al giudizio e alla revisione, oppure come la misura in base alla quale tutte le altre cose devono essere giudicate? Quando accade la seconda cosa, credo che stia avvenendo qualcosa di divino, che qualcuno usi o meno quella parola.
I segni del potere divino
Seguendo questo schema attraverso la storia, sono arrivato a pensare che il potere divino lasci dietro di sé segni ricorrenti.
Primo, resiste al dubbio. Metterlo in discussione comincia a sembrare non solo difficile, ma sconveniente. In un’epoca questa sconvenienza può chiamarsi blasfemia; in un’altra, tradimento; in un’altra ancora, irrazionalità; in un’altra, irresponsabilità o suicidio professionale. L’etichetta cambia. La pressione resta. Si porta una persona a sentire che gli adulti seri non fanno simili domande.
Secondo, presenta il proprio assetto come inevitabile. Non dice: “questo è un ordine tra altri.” Dice, o lascia fortemente intendere: “questa è semplicemente la realtà.” Le decisioni umane vengono ricoperte dal linguaggio della necessità. Gli esiti vengono ridescritti come fatti. Il progetto viene ribattezzato destino.
Terzo, nasconde la paternità. Questo può essere il segno più importante di tutti. Qualcuno ha fatto le regole. Qualcuno ha scelto che cosa contare, che cosa ignorare, chi proteggere, quali rischi tollerare, quali perdite chiamare accettabili. Eppure il potere divino tende a sottrarre quegli interventi umani alla vista. Parla con una voce impersonale: Dio lo vuole. La Natura lo esige. La Ragione lo dimostra. Il mercato ha deciso. L’algoritmo ha previsto. Una volta che quella voce si è stabilita, opporre resistenza diventa più difficile, perché non si discute più con una persona o con un’istituzione, ma con “la realtà”.
Quarto, naturalizza la gerarchia. Coloro che stanno in alto appaiono più adatti, più razionali, più meritevoli, più necessari. A coloro che stanno in basso si dice, con dolcezza o con durezza, che la loro posizione inferiore rispecchia la struttura delle cose. In un’epoca questo può essere spiegato con il cielo, in un’altra con la nascita, in un’altra ancora con la virtù, il merito, il talento, la competizione o i dati.
E quinto, forse più sottilmente, il potere divino non è soltanto imposto dall’alto. È anche riprodotto dal basso. Trasmettiamo i suoi racconti. Decoriamo le nostre vite con i suoi simboli. Misuriamo noi stessi e gli altri secondo i suoi standard. Sentiamo orgoglio quando abbiamo successo secondo la sua logica, e vergogna quando falliamo. Persino coloro che sono feriti da un ordine possono aggrapparvisi perché esso è diventato la cornice attraverso cui la vita acquista senso. Per questo non vedo il potere divino principalmente come una cospirazione di malvagi. Più spesso è un incantamento condiviso: distribuisce ricompense in modo diseguale, spesso è ingiusto, ma si sostiene grazie a una partecipazione diffusa.
Potere divino e potere ordinario
Non ogni esercizio del potere merita questo nome più ampio. Un genitore ha potere su un figlio. Un insegnante ha potere in un’aula. Un dirigente, un proprietario di casa, un comitato, un ufficio governativo o un consiglio locale esercitano tutti forme di potere che possono essere giuste o ingiuste, pazienti o abusive. Ma questi non sono sempre poteri divini. Spesso sono poteri ordinari: limitati, situati, responsabili, e in linea di principio aperti alla revisione.
Il passaggio avviene quando il potere ordinario cerca di rivestirsi di assolutezza. Un sovrano smette di essere semplicemente un sovrano e diventa il portatore del mandato del cielo. Una legge cessa di essere un assetto umano e diventa “l’ordine naturale”. Una politica non è più una scelta tra le altre, ma l’unica opzione razionale. Un sistema economico viene presentato come l’espressione inevitabile della natura umana. Un algoritmo viene trattato non come uno strumento plasmato da presupposti e dati, ma come la voce della realtà stessa. A quel punto, il potere attraversa una porta nascosta. Si avvolge nell’inevitabilità e in un alone morale.
E quell’involucro conta. Una cosa è discutere con un ministro, un datore di lavoro, un monarca, un consiglio di amministrazione o un’istituzione. Un’altra è sentirsi dire che si sta discutendo con la Natura, la Sicurezza, il Progresso, la Ragione o la Realtà stessa. I simboli cambiano nel corso dei secoli, ma l’ambizione è riconoscibile: il potere cerca di sottrarsi alla negoziazione santificando se stesso. In questo senso, sono arrivato a pensare al potere divino come a un potere ordinario reso sacro, o almeno fatto apparire intoccabile.
Perché mantenere la parola “divino”?
Mi sono chiesto più di una volta perché continuo a usare questo linguaggio più antico. Perché non parlare soltanto di ideologia, egemonia, sistemi, istituzioni o controllo sociale?
Conservo la parola divino per tre ragioni.
La prima è che mi aiuta a collegare le epoche. Se riservo il linguaggio del divino soltanto alle società esplicitamente religiose, racconto una falsa storia storica in cui gli antichi e i medievali vivevano sotto un potere sacro, e i moderni poi ne sono fuggiti in una neutralità secolare. La mia lettura non sostiene questa netta divisione. Ciò che vedo, invece, è uno spostamento. I miti cosmici diventano leggi morali; le leggi morali diventano imperi sacri e chiese; questi lasciano in parte il posto a stati, nazioni, mercati, autorità scientifica e ora a sistemi digitali che classificano, ordinano e mediano la vita. I nomi cambiano. La pretesa più profonda persiste.
La seconda ragione è che la parola mi aiuta a scorgere il sacro nascosto dentro il secolare. Le società moderne spesso si descrivono come disincantate. La religione viene relegata alla vita privata, mentre si dice che la vita pubblica funzioni sulla base di fatti, procedure, incentivi e competenza. Ma quando questi sistemi rivendicano un’autorità ultima, fanno più che amministrare. Cominciano a esigere fede, lealtà, sacrificio e sottomissione morale. Chiamarli poteri divini in questi momenti non significa, a mio avviso, negarne l’utilità. Significa spogliarli di una falsa innocenza e ricondurli al giudizio umano.
La terza ragione è che questo linguaggio fa rivivere una domanda più antica e più esigente: che cosa stai servendo? Per gran parte della storia, le persone sapevano che gli ordini visibili poggiavano su qualche concezione di ciò che era ultimo. Potevano obbedirle, ribellarsi ad essa, reinterpretarla o affidarsi ad essa, ma di solito non fingevano che una simile pretesa non esistesse. Noi, al contrario, siamo spesso tentati dal conforto di dire che non serviamo nulla. Siamo solo pratici. Seguiamo solo le evidenze. Facciamo solo il nostro lavoro. Rispondiamo solo agli incentivi. Siamo solo realistici.
Non mi fido più molto di quel conforto. La mia opinione è che ogni vita sia plasmata da qualche racconto su ciò che conta in ultima istanza. Per una persona può essere il Dio di una fede vivente. Per un’altra possono essere il successo, il destino nazionale, la sicurezza, il riconoscimento, la produttività, il comfort, la libertà, il progresso o perfino la cupa convinzione che nulla meriti alcuna reverenza. La mia tesi non è che tutte queste devozioni siano identiche. È che funzionano molto più come forme di culto di quanto le persone moderne di solito ammettano.
Così questo viaggio passerà dai cerchi di fuoco e dagli dèi del cielo ai culti cittadini e ai re sacri, dal monoteismo alla Ragione, dai baldacchini medievali alle nazioni e ai mercati, dai miti industriali del progresso all’autorità sempre più invisibile dei dati, delle piattaforme e degli algoritmi. Lungo il cammino, voglio chiedermi non soltanto che cosa questi poteri rivendicavano, ma che cosa esigevano dalle persone comuni, e come la loro logica entrasse nelle case, nelle scuole, nei corpi e nella vita dei bambini.
Per ora, una frase porta il filo che voglio tenere in mano: il potere divino è qualunque potere che presenti il proprio disegno come destino, rivendichi il diritto di definire la realtà e il valore, e chieda sacrificio attraverso la paura, la promessa o entrambe.
Se vale la pena conservare questa frase, è perché allena un certo tipo di attenzione. Nota ciò che ti viene detto essere inevitabile. Nota ciò che sembra pericoloso mettere in discussione. Nota ciò che chiede il tuo tempo, la tua lealtà, la tua obbedienza o il tuo rispetto di te mentre finge di limitarsi a descrivere il mondo. Nota anche ciò che perderesti, o che chiederesti ad altri di perdere, per rimanergli fedele.
Sono arrivato a pensare che viviamo già alla presenza di dèi, che osiamo chiamarli così oppure no. Per capire come un tale potere abbia preso forma per la prima volta, devo tornare indietro, prima dei re, delle scritture e dei templi — a persone raccolte attorno a un fuoco nel buio.